Da ribelli a partigiani

 

A partire dall’estate 1944 i gruppetti di ribelli che si erano formati qua e là nella zona prealpina e sull’Appennino divennero più consistenti. Circolava la voce che la guerra stesse per finire e gli arrivi dalle città erano aumentati. Nel frattempo però molte cose erano cambiate. La ricerca di renitenti e disertori da parte di Salò si era fatta più feroce e l’idea che la montagna fosse un posto sicuro era tramontata. Nell’aprile del 1944, nell’Ovadese un gruppo ribelle insediato alla Benedicta era stato sorpreso: molti i fucilati sul posto e i sopravvissuti deportati in Germania. Era chiaro che c’era bisogno di aiuto e specialmente di convincersi delle proprie ragioni. Importante fu l’arrivo nelle varie formazioni di persone, di 10-15 anni più vecchi dei ragazzi presenti, usciti dal carcere o dal confino dopo la caduta del fascismo. Al carcere e al confino il governo fascista aveva condannato comunisti, socialisti, cattolico-popolari e in generale gli oppositori politici. Furono loro a portare dentro i piccoli gruppi ribelli le parole della politica, le idee di libertà e specialmente l’antifascismo. I ragazzi nati durante il fascismo, e che per il fascismo non volevano fare la guerra, di politica ne masticavano poca. 

Benedicta. A fine guerra esumazione e funerale delle vittime